27.12.07

Impegno ed animo leggero

Pensavo oggi che senza tappeto volante sono costretto a far di fretta. Cioè, no. Non di fretta, ma rapidamente. Se mi incammino per raggiungere una meta, e questa è distante, allora è naturale che io cerchi di allungare il passo per quanto mi consentono le mie non eccelse leve, ma posso adeguare la velocità grazie all'aumento della frequenza dei passi. Insomma, mi metto non già a passeggiare ma quasi a marciare. In effetti pare sia una buona abitudine camminare di buon passo, ed ormai anche quando non ho fretta particolare quasi corro.

Non ho molta voglia di mettermi ad elucubrare, perchè in sostanza mi sono esaurito, mi annoio subito di arrovogliarmi la mente, mi secco di sentire storie che non hanno niente di nuovo e mi tediano a morte.

Però forse in questa cosa del buon passo un leggero point to point si può accettarlo, no? E non è che sia poi un insegnamento astruso o arroccato in chissà quale parabola! A buon intenditor... cioè me stesso...

Ormai non mi piace più, o forse non mi piace per ora, di organizzare eventi, curare logistica degli incontri, trovare divertimenti, preparare cenette e tutto per gli amici. Mi dispiace per i miei amici, ma tanto so che mi vogliono bene lo stesso (anzi alcuni pure di più se la smetto di rompere). Ferma restando l'immancabile fagiolata dell'epifania devo però trovare come riempire gli stomaci della biennale maratona del signore degli anelli, al riguardo si accettano consigli.

Davvero, vorrei scrivere qualcosa, ma mi scoccia pensare! Favolosi quei fiori di Bach! Va bè, allora saluto le mie uniche commentatrici: Inenarrabile, Prescia, Daniela e MusEum. E saluto pure chi legge e non commenta mai. Ciao ragazzi, buona serata!

26.12.07

Bridge



Sorto l'astro d'oro scendiamo giù a Sabbiaterra

Ebbri di venti e brine, Aladino, guardiam le rocce:

Le favole dei bimbi narrano che giace qui un anello

Di fiamma, di oricalco e di lava che cade a gocce.

Con animo allegro e vivo sogniamo questo gioiello

Simbolo d'altra vita, lontano da ansia e guerra.


23.12.07

Alba

S'accende all'orizzonte un tenue baglior di giorno
Seguiamolo, Aladino, non voglio ancor far ritorno.
Se tremi in queste ore di freddo mattutino
Resisti, questo è vero, entusiasta del pensiero
Per la luce che intravvedi: promette un giorno caldo
Così trattieni il fremito e dai le spalle al nero
Della notte che lasci, mentre il core si fa saldo.
Ti spinge anche a cantare per salutare il sole
Lui unico poeta d'un nuovo giorno araldo!

Ecco che forse sorge, seguendo quei rai dorati
Da mille barbagli annunciato, nei giorni passati.
T'assale la certezza che lo farà anche domani
E mentre tu lo vedi solo un pochino prima
Comodo sul tappeto, il mento hai fra le mani
E pensi ad un viso candido, interminabil rima
Di ogni altro verso quel viso è il paragone.
Và, cuorepensiero, abbeverati a quella fonte
Che dagl'inferi alla vita va contrario a Caronte.

22.12.07

Canto I

Salire sulle stelle in un cielo blu cobalto
Su un refolo di vento spiccare un altro salto;
Girare poi lo sguardo altrove fra i suoi raggi
Di sole, vita ed aria, fra i campi e gli alti faggi.

Scegliere a quel punto un corridoio pulsante
Rinascita del cuore, non sono più un infante
Che strilli nella culla fra braccia bianche amate
Stretto da mille baci di madri innamorate.

S'alza ancor di più il tappeto mio volante
Mi porta sulle tende del popolo mercante
E come se fosse amico della notte e del Dio
Adesso è lui che sceglie, non decido mica io!

Ecco che dunque guida il nostro volo nel deserto
Schivate le fredde dune, di magia s'apre il concerto
Per Aladino ignaro che il suo avvenire è luce
Di lampade e leggende, dell'avventura è duce.

Buonanotte, stellamusa, che dorma o che sia desta
La fiaba non finisce, nè ha termine la festa
Che guidi nel mio cuore, lontana oppur vicina
Tu, stella luminosa, Tu dolce e sbarazzina.

14.12.07

Malinconia e fracasso







Forte era il vento ed il mare increspato
Nel cielo di piombo un gabbiano librato;
L’aria era umida e sapeva di terra smossa
Dall’albero secco, dalle sue radici d’ossa.
Un pony calpestava sempre lo stesso cerchio
Un percorso che farà finchè non sarà vecchio,
Prendeva caramelle annusandomi la mano.
Dove vanno i bei ricordi quando non affiorano
In quella parte di presente che balla sul petto?
Dove vanno i pensieri che scivolano dal letto?
In quale memoria si annidano, e vanno a riposare
Quelle belle vite vissute da altri noi
Quelle sensazioni che non solgono sostare
Incatenate da spettrali “prima o poi”
In un tempo che non deve mai più essere presente?
Finito il futuro ecco cosa sono: sono niente.
Io no, io mi rivolto, io sciocco consapevole
Mi prendo la mia colpa e me la porto a spasso
Sorrido almeno alle mie muse benevole
E tanto per gradire faccio pure un gran fracasso.
Mi spello le mani dal tanto applaudire
Se solo appena sento una cicala frinire,
Schiocco la lingua ed incito se posso
E se non posso … gettatemi nel fosso.






l'immagine ancora una volta non è mia, ma rappresenta una maschera di capitan fracasso, da commediabyfava

13.12.07

Falena


C’è una luce, lì voli. Che sia azzurra
O vermiglia non suoli vedere,
che sia verde, che bisbiglia,
una luce fragorosa. Ma di notte,
questo è quanto; che sia sola oppure no
una sola è la prescelta, per il battito
d’un tempo che scandiscon le tue ali
universo è quella luce, metonimia
d’esistenza, futuristica antenata.
Dalle tenebre ti stana, e non pensi
Di sbagliare, solo corri, scappi voli
Perché luce è un transitorio. Che
Bloccate le lancette ogni vita è come te
Dalla notte, nella notte, al bagliore
D’una luce noi proviamo ad arrivare
Solo scampo d’altrimenti in poche ombre
Svolazzare.

l'illustrazione non è ovviamente mia, ma di Brian Froud

10.12.07

Talamo e amicizia

Da quando ero piccolo ho sempre avuto diverse amiche. Le prime due, a dirla tutta, sono ancora presenti ed in maniera molto importante nella mia vita, anche se una arriva sempre in ritardo. Ma siamo cresciuti insieme, abbiam fatto insieme le vacanze, le serate, passato insieme le delicate tempeste delle primavere sentimentali, affrontato perdite anche più gravi, momenti pericolosi, gioie, vittorie. Quando mi innamorai di Barbara (come tutta la classe) in terza media diventai il suo migliore amico, e successivamente Letizia fu la mia migliore amica per lunghi lunghissimi anni. Ero ben felice della bellissima amicizia che mi legava a Barbara, della quale avevo il coforto, l'allegria, la confidenza. Leggevamo insieme poesie e scemenze, ridevamo felici e complici, le voglio a tutt'oggi un gran bene, anche se non la vedo da anni. Avrei voluto stare con lei, ma diciamo la verità: sarebbe cambiato poi così tanto? a tredici anni? Non saprei. Mentre invece non ho mai desiderato Letizia, pur molto graziosa, soddisfatto della sola amicizia. Non so se era lo stesso per lei. Tante volte mi sono chiesto se la mia amicizia con Teresa non valicasse negli anni del liceo la soglia dell'amicizia, perchè tante volte ho percepito una frizzante sensazione nell'aria, nonostante io avessi altre ragazze, e lei altri ragazzi. Lo stesso dicasi per un paio (almeno) di situazioni successive, antecedenti o contemporanee.
Poi ultimamente le cose si sono molto complicate. Discorrendo uno degli amabili discorsi (quanto mi piace l'accusativo dell'oggetto interno!) che solgono sorgere notturni con quel prodigio dell'empatia che è la mia bellissima Roberta abbiamo toccato un punto su cui siamo stati prima in disaccordo, poi in disaccordo opposto, ed infine concordi. Eravamo partiti da altri lidi, ma in sostanza l'acmè del discorso è stato questo: dopo tante esperienze che ciascuno ha avuto, e dopo tante esperienze condivise fra amici di sesso opposto, che abbiano un'amicizia sincera e disinteressata, che siano in salute e gradiscano vicendevolmente la propria compagnia, non è assurdo che si abbiano insieme anche delle esperienze di talamo. Se questo accada per sublimazione dell'amicizia che si tramuta in amore? può darsi, ma è più probabile di no. Ed allora è tanto grave? è disonorevole? Abbiamo concordato che è una domanda comune, e che sono delle imposizioni infantili di una società obsoleta che frenano il vivere la fisicità di una bella amicizia agghindandola, se è il caso, anche di una bella mattinata l'una fra le braccia dell'altro.

6.12.07

Uno spettro si aggira per la vita...

Ed è lo spettro del comunismo del sentimento. La definizione non è del tutto mia, anzi. Si tratta di un'intuizione di Alain de Botton. Lasciando perdere connotazioni politiche che non si confanno al tema preferisco spiegare quel che ho inteso io di questo bizzarro fenomeno. Sarà capitato a tutti di avere almeno un'amica speciale, oppure a tutte di avere un amico speciale. Si verifica nello storico del pensiero di questo sentimento che c'è una tale attrazione empatica che si è profondamente grati ad un benevolo dio superno dell'esistenza di un tale dono, un essere di sesso diverso che ci capisce e con cui si ride e si scherza e si mangia e si va fuori e si parla di ogni cosa senza remora. L'inevitabile beffa del destino (ma non è il destino, è un momento di debolezza mentale, unicamente nostra responsabilità) avviene allorquando chi alloggia tale bel sentimento a cavallo fra cuore anima e pensiero si chiede, in un deprecabile atto di ostinata infantile insicurezza: "ma che ci troverà questo magnifico essere così ammantato di luce e sapere e divino profumo in un povero miserrimo niente affatto meritevole bacarospo come me?".


Inevitabile che i colori del dipinto in cui si viveva fino ad un istante prima assumano in quel preciso frangente temporale una cupezza buia, che l'aria fino a quel momento fresca che si respirava a quel pensiero diventi fetida e polverosa, che il cielo da celeste e punteggiato di pecorelle saponose e allegre diventi plumbeo di nubi temporalesche. Saper dare una spiegazione soddisfacente a questo fenomeno è un livello di conoscenza che non è dato svelare, e quindi e perciò non ne so nulla, ma opino. Opino che la delusione (non per forza giustificata dai fatti, magari vera solo in una cosiddetta MM) colga lo spirito impreparato con la sua arma peggiore, ovverosia la sensazione di sprofondare nell'abisso, la vertigine dell'errore e della fallibilità del tutto assume per lo sventurato (la sventurata) la connotazione assoluta di TUTTO, QUI, ORA. Tutto, qui, ora è errore. Tutto, qui, ora è sbagliato.


Cosa succede allora? la comune osservazione della natura umana ci viene in aiuto, perchè le cose non avvengono più nel buio del pube mentale dell'assalito, ma veri e propri atti di distruzione di massa sono quelli che seguono. Una furia cieca e inarrestabile anima l'esaltato/a (perchè solo esaltato/a può essere una persona che vive una simpatia con la devozione di Giovanna D'Arco) a questo punto, e nulla lo fermerà finchè non avrà fatto macerie, sottili e volatili polveri di quel che era stato precedentemente costruito, fosse una casetta sull'albero, un giardino fatato oppure un barcone fluviale. Niente ne resti, insozzato va il ricordo, avvelenato il passato, al grido di "il mio Io lo vuole!". Dove c'era bugia nasce fuoco sacro che tutto consuma ed ogni ricordo monda, dove bugia invece non c'era allora ce la si piazza a dovere. Poi la si fa esplodere ed ecco di nuovo il fuoco sacro. Insomma dopo poco è un'ecatombe.


Ora, i più vivaci potranno sicuramente domandarsi: Ma non è possibile arrestare questo sfacelo? Chi vi parla non ha una risposta certa; in alcuni casi la ragione viene in aiuto, o magari certe circostanze attenuano parzialmente la furia. Ma in generale chi ha l'idea di poter arrivare a far parte di una cosa utopicamente magnifica tende nella maggior parte dei casi a non essere più interessato nel momento in cui si accorge che nell'utopia viene accettata gente che del sogno non faceva parte già prima, e questa cosa sembra fare impazzire il candidato (la candidata, che speriamo non lo sia in senso medico). Però è ormai chiaro che lo spettro è facilmente riconoscibile, è quello che anima di immanente dedizione una persona nei vostri riguardi appena dopo soli pochi incontri. Da allora siete in pericolo. Dovrete performare ogni cosa con la perfezione di Dio oppure scatenerete le demoniache insicurezze dell'esaltato, che pian piano si tramuterà esso stesso in demone e devasterà tutto quello su cui ha messo mano.


Ok, volevo parlare dell'amicizia fra uomo e donna che sconfina nel talamo (in effetti suo terreno prevosto) ed ho parlato (e pirlato) di ben altro. Ed ora un'altra bella foto, che risponde perfettamente a quanto detto sopra. La risposta, amico mio, la soffia il vento, è dentro di te e però


è SBAGLIATA!





5.12.07

Aspettando domani

Volevo fare un post. Ma non ho tempo. Quindi mentre aspetto di avere magari un po' più di tempo posto una foto. In pratica un monito su come sono le cose nella realtà, casomai dovessi scordarmelo.


30.11.07

Amici!

Potrei parlare per esempio dell'amicizia. Fa parte dei tre grandi valori sociali e delle tre grandi categorie di relazioni umane non professionali, Amicizia, Amore, Famiglia. Ok che si prova amore per gli amici e per la famiglia, ma qui per amore si intende quella relazione che lega biunivocamente (generalmente) due persone che fanno sesso. In ambo i casi si doveva parlare di amicizia. Di queste tre categorie è quella che in fin dei conti ho meglio esplorata, sia per mia attitudine che per occasioni della vita. E il mio primo "migliore amico" era Francesco detto Pattetto, che ho mandato in ospedale e poi un mese a pane e acqua per un pugno nello stomaco a sei anni. Da allora le cose sono migliorate, confesso, e ho avuto belle amicizie che poi sono evaporate in maniera naturale (come per esempio Teresa oppure Nino) dovendo ciascuno di noi proseguire per strade diverse. Altre volte poi amicizie che parevano eterne ed indissolubili sono fragorosamente crollate (Paolo, Letizia). Certe poi rimangono ancora salde dopo ormai oltre 25 anni, attraverso grandi litigi ed insulti, momenti (rari, veramente) in cui si sta a distanza. Marta, Jolanda. Poi ci sono gli amici di una vita, quelli che sono amici veri, che vengono dal liceo, che hanno la mamma maiala, il babbo becco e il nonno impotente, che ci fai un viaggio e arrivate senza dubbio alle mani o per lo meno al sangue agli occhi per quanto vi incazzate l'uno con l'altro, che uscite la sera e vi state sui coglioni per come state portando avanti un esame, una relazione, per come non avete passato la palla, ma purtuttavia vi spalleggiate, ascoltate le lastime e le lamentele che il vostro amico ha da fare nei momenti lagnosi, vi sorbite le sfuriate quando qualcuno (qualcun altro) rompe le palle. Manco a dire che ci si passa un libro o una canzone, il solo pensiero è un'onta mirabolante! Mi fanno schifo i tuoi libri, saitta di merda, che dio ti fulmini! ma che cazzo di musica senti romeo, squilibrato testa di minchia! basta musioni montalbano, ebasta! ebasta! ce l'hai fatto a maccherone! Intorno a questo trespito cresce una vigna di altri personaggi, amici stagionali, da cui poi volta per volta nascono nuovi alberelli, oppure mal che vada si fa un buon raccolto ed una bella bevuta (sempre lì si finisce). Crescono nell'orto i vari alberelli spontanei che si appoggiano a quelli più solidi, oppure muoiono, e man mano che il tempo passa, con le giuste accortezze, se la pianta è forte ed accetta il terreno ecco che spuntano nuovi giovani amici, già di un'amicizia matura perchè si sa bene come nutrire il pollone. Spuntano i Masoni, i Franz, i Valeri e i Roberti, spuntano gli Antolli, le amiche-femmine, qualcuna più amica qualcuna più femmina, e ci si scambia i libri, si discutono i grandi temi della vita, si usa cortesia per il gusto di esser gentili, si accetta la generosità per il gusto di ricevere doni. Ci sono da qualche parte le amicizie oligarchiche, quelle che raggiungono, a dispetto delle differenze di età e trascorsi di vita, un livello di profondità abissale, che scavano nel profondo dell'anima, che sono legami di cui siamo avidi e gelosi, perchè amicizie d'intelletto, su un livello parallelo di sapere, discernere ed esternare, sono amicizie alle queli ci si autoeduca, che portano grandi sollievi e che raramente hanno però il coraggio di sortire alla luce, per chissà quale ragione. Io mi immagino come una congrega di saggi in una caverna, tutti con le barbe lunghe e bianche, anche le donne, tutti con la tonaca nivea, tutti ricettacolo di un sapere trasceso.
Mi dispiace per quelle torri crollate, mi dispiace quando le cose vanno a piobo giù senza che nessuno lo voglia, ma perchè manca uno sforzo comune per affrontare il nuovo. Mah, chissà con chi sto parlando, chissà.

29.11.07

Meme 5

CHI O COSA TI HA SPINTO A CREARE UN BLOG?

Eh! va di moda, scrivo un po' ovunque, ma devo dire che qui sul blog con un successo abbastanza scarso. Volevo condividere delle sensazioni principalmente con i miei tanti amici che stanno lontani e che vedo poco, quelle sensazioni e discussioni che non si possono fare in chat. Ma vengo bellamente snobbato in questo nobile proposito, così ogni tanto perdo voglia e ispirazione. Perchè se non parlo con nessuno che parlo a fare? E poi ne aveva fatto uno il Dijjei in cui mi ero divertito molto, fino a un certo punto. Ma i coglioni coglionano, che ci vuoi fà!

IL TUO PRIMO POST?

Una bella poesia d'amore che scrissi ispirato non ricordo più da quale delle mie passevoli muse. Mi innamoro come un imbecille senza mai un reale motivo (e non è queto uno dei volti dell'amore dispettoso? l'eclissi di ragione?) e alle volte solo per pochi minuti, come nel caso della giovane inglese dell'autobus di cui i ghin8 ricorderanno la descrizione. Forse però era per una ingegnerina. L'ultimo verso però era stato aggiunto solo un anno dopo i primi.

IL POST DI CUI TI VERGOGNI DI PIU’?

Boh, uno di quelli tipo diario del liceo. Ma parliamo d'altro, sai che ho trovato una teoria che avevo perduto tanti anni fa? Non sono affatto convinto della sicurezza della relatività einsteiniana, perchè non si spiega bene cosa accade al vettore velocità di un fascio di luce nel vuoto che incontri uno specchio. Non si capisce se lo specchio interferisce con la natura corpuscolare o con quella di onda della luce (del fotone) ma sospetto che abbia a che fare con ambedue.

IL POST DI CUI SEI PIU’ FIERO?

Forse quello su mio nonno. Mi ha chiamato mezza famiglia in lacrime per complimentarsi e volermi bene. Grazie grazie, anche io ve ne voglio.

PER QUANTO PENSI CHE CONTINUERAI A SCRIVERE SUL TUO BLOG?
Non so. A sprazzi credo ancora per molto, e molto dipende dai commentatori. Se tutti quelli che mi leggono lasciassero anche solo un saluto io sarei spronato, ma invece nulla. Se ne fottono. Sticazzi.

25.11.07

freewheeling

Ci sono comignoli ovunque in Inghilterra. Ed un sacco di pietre lunari in Islanda. Spiagge in Brasile, e cose di colore verde in Irlanda. Cosa c'è nello spazio? ci sono stelle e gas, ci sono moltissime strade lastricate di piccole lucine. Ci sono costellazioni stampate come disegni su un telo di seta e raso di notte, ci sono nuvole di panna alla menta che navigano in un acquario degli dei. Di notte si vede il carro, il carro della giustizia, il carro dei vincitori, lo conducono una statua di donna classica e un dio satiro celtico con le corna di caprone e la barba ispida, vanno in giro ad osservare e chissà di cosa parlano se poi parlano. Se invece ti sdrai sul cofano dell'auto vedi il riflesso della luna piena nel laghetto, e ti sembra un enorme calamaro che ghermisce le sponde. Potrebbe fare un baia di corallo bianco, in cui si potrebbero allevare cavallucci marini da diporto, già sellati per portare in giro i bagnanti, e con delle lampade notturne. Se alzi gli occhi verso il firmamento e fai una bella sorsata e un tiro profondo è facile che ti vien voglia di disegnare costellazioni tutte tue, o che ti perdi a percepire la profondità del cosmo, cercando una spirale di stelle, immaginandole sempre più lontane, sempre più visine, che pulsano. Quando magari nemmeno esistono più...Ci sono tutti i viaggiatori della galassia là in giro, ci sono i principi gelatinosi delle altre dimensioni, ci sono i nostri filosofi su nuvolette viola che portano pioggia, mentre elucubrano su cose che al loro tempo erano normali e a noi sembrano tremende. E allora quelle che a noi sembrano normali chi ci dice che non siano già squalificate nel fuuro? E se si dovesse scoprire fra trent'anni che il fumo non solo non fa male ma allunga la sopravvivenza della specie? Che presa in giro per alcuni, che sacrificio secondo Darwin! E se fra trent'anni si scopre che Einstein ha preso una cantonata abbastanza grossolana (come io credo) e l'energia non è uguale alla massa per il quadrato dell'accelerazione se non in pochissimi casi e quasi per accidente? Avevi sentito, cinque o sei anni fa, che la mia generazione potrebbe essere la prima a godere dell'immortalità medica? Che figata, saremmo i grandi vecchi, gli oligarchi, sempre profumati di incenso, con lunghe barbe bianche e occhi preoccupati e dolci. O rigidi e inquieti. Sarà poi vero? perchè se ho l'immortalità dinnanzi allora non mi affretto a leggere guerra e pace, preferisco topolino! Se guardi un po' nella brughiera c'è un cappello da cow boy che fa la posta, cerca un giaguaro nebuloso delle svalbard, una specie nuova che parla coi baffi. Non i suoi. Si rivolge, in un italiano molto cortese, solo ai mustacchi dei texani o dei pescatori di perle di Trepang. Un essere molto solo. Ed un solitario molto in essere. Non guardare il faro, non funziona granchè ed è tutto bianco e nero tranne quando passa la lampada rotta che illumina la via. Passa quella cioccolata, ed anche la canna. Dammi un altro sorso di whiskey. Avevi letto "porci con le ali"? o "le undicimila verghe"? niente di strano, a dodici anni è normale. Tutto è una piccola casa di palle di pelo rossiccio, in bilico su una pietra che canta nel mezzo di un bosco, piena di alambicchi per prove e racconti di sintesi, con una stanza da letto in legno brunito, con un grande camino in cui brucia sempre gelato al pistacchio, e la finestra si apre sulla valle e sul mare racchiuso da ghiacci e ghiaccioli, con una pelle di qualcosa sul letto, e delle moffine di spugna celeste. Un abitino grigio chiaro e dei pantaloni grigio scuro, una camicia perlacea ed una cravatta rossa. Il vapore che vien fuori dalla stanza da bagno, non disturbiamo, e sediamoci nella sala da tè, al tavolo con le bambole di cucùlo, pappagallo e martindieciossa, che l'isola è in pericolo, in pericolo di pesce. Di pesce, di pesce di pesce. Tju-ù! tju-ù...Suona un violino, c'è odore di sigaro e luci basse e un pianoforte è illuminato e vuoto, poi suona anche lui da solo una canzone che è una liana in una giungla buia e piena di tamburi e ombre con le braccia, e una lama che colpisce al chiaro di luna.

anyway the wind blows...

21.11.07

Dialogo immaginario di Sotto e del suo Collega preferito

Collega:
E se in certi momenti le parole non contassero nulla?

Sotto:
Io sono stato un fervido sostenitore del fatto che le parole possono molto, o almeno lo sono stato da quando "qualcuno" mi ha fatto sbattere con il muso contro un muro.

Collega:
Ma quanto possono essere anche sbagliate le parole?

Sotto:
Secondo me possono esserlo per diversi motivi, e cioè con dolo, ovvero quando consapevolmente vengono pronunciate parole che non rispecchiano la verità.

Collega:
Bugie le chiamano.

Sotto:
Poi possono essere sbagliate preterintenzionalmente, ovvero pronunciate con leggerezza e causa di reazioni maggiori di quelle che nell'intenzione si erano immaginate. Possono essere anche sbagliate per errore puro, cioè quando per incapacità non si è in grado di esplicare ciò che si vuole in una forma univocamente recepibile.

Collega:
E queste le chiamano incomprensioni

Sotto:
Stesso discorso è facile da mettere in piedi per le ricezioni delle parole, cioè le si possono travisare per scelta, oppure si può vedere in esse più di quel che vi sia stato inteso, e si può anche semplicemente non capirle.

Collega:
Tutto questo fa delle parole una bella Babele.

Sotto:
A proposito come si chiamano quando non erano volute con intenzione e "cogliendo l'occasione" sono state pronunciate?

Collega:
Affrettate?

Sotto:
E come si chiamano quando sono di altri che ci convincono?

Collega:
Incomplete?

Sotto:
Un casino, come si fa così?

Collega:
Si passa ai fatti, no?

Sotto:
Fantastico.

Collega:
Quindi quando le parole falliscono e i fatti non esistono allora rimane solo da guardare impotenti delle pulsioni e delle sensazioni che vanno allo sfascio. Certo ce ne si può anche fregare, ma la condizione non cambia, per le povere sensazioni, per le povere pulsioni. Loro non ossono fregarsene, possono solo crepare.

Sotto:
Che bellezza, collega.

18.11.07

Coming Back To Life


La canzone dei Pink Floyd tratta dall'album The Division Bell è da qualche anno uno dei pezzi che si ripropone saltuariamente. C'è in questa canzone un significato recondito per me solo oppure è un valido strumento per rendersi conto di certe sensazioni e domande che affiorano a tutti? O a molti? io non posso dirlo, ma confesso che la sento presente e viva in me in quegli attimi che seguono i vari final cut. Suole, dopo un taglio netto, esistere un delirio sconquassante che è sempre diverso, colpo dopo colpo. Ma vorrei spiegarmi un po' meglio. L'ultima parte della produzione pinkfloydiana assume ai miei occhi una grande valenza di insegnamenti sociali. Nel turbinio delle relazioni interpersonali infatti mi capita con una frequenza non trascurabile che pur con tutto l'affetto e la buona volontà si presentino situazioni di un taglio netto inesorabile e crudele, inspiegabili con la ragione di un solo uomo (la mia, cioè). Ed ecco dunque l'album The final cut, con la alta valenza del singolo omonimo. Il parallelismo coi pink floyd passa poi dalla fermata del momentary lapse of reason, segno di un momentaneo barlume di ragione, grazie al quale si ha la sensazione di aver superato il final cut e si impara a volare grazie alle lezioni di Learning to fly. Impressione abbastanza sbagliata perchè è ancora vero il dolore di Sorrow. L'inspiegabile altalena del sentimento però suggerisce una soluzione spuria, in questa fase; è Vinicio Capossela che dà l'analogia, non so quanto volontariamente, ma dopo periodi di giochi e festa, dopo allegria, grida, gioia, banchetti e sordidi momenti passionali rubati, la giostra di Zampanò tace. E allora se sei un malinconico clown che sente gli echi delle feste e in un barlume di momentanea ragione te ne rendi conto (ma soprattutto se sei un Signor Sottocolle) prima i Beatles ti consigliano di lasciare che sia, poi inevitabilmente è il turno di quello che a lungo è stato il tuo dio di salire in cattedra. Avendo pagato i propri debiti, volta dopo volta, essendosi sottoposti alla sentenza pur non avendo commesso alcun crimine, e per quel che riguarda i grossi errori... ne ho fatti pochi, ed ho avuto la mia parte di sabbia calciata in faccia, passando oltre... in questo caso è chiaro a chiunque che ho il pieno diritto di gridare almeno a me stesso che sono campione. Nessuno se ne abbia a male. E con tutta la lucida tranquillità della musica arriva finalmente il momento in cui David Gilmour canta le parole che senti così tue, ora che ogni rancore ha lasciato il tuo cuore, immagino un deserto (è solo immaginazione?) sotto di me, mentre solco il cielo blu a cavallo di un essere metà fortunadrago (ciao Prescia!) e metà arcobaleno, e poi una volta avvistato questo passato...



I took a heavenly ride through one silence


I knew the moment had arrived


For killing the past and coming back to life

6.11.07

Atene - Notte di Natale 1064 Parte III

Mi scoprii più assetato di quel che avrei voluto. Senza dubbio la lotta aveva contribuito ad eccitare i miei sensi, e mi resi conto di aver snudate le zanne ed estratto gli artigli, anche dopo essere ritornato in forma antropomorfa. L'odore del sangue e le grida strazianti che erano d'intorno mi tenevano ancora più sulla lama del rasoio, ancora poche sollecitazioni ed avrei senza dubbio ceduto alla furia devastatrice. Con una certa fatica mossi qualche lento passo sul sentiero polveroso rischiarato dalla luna e battuto dal vento, dirigendomi verso il porto, in discesa. La vidi su una piccola terrazza panoramica, appoggiata al parapetto niveo, trasognata ed assente figura eterea di candore egeo mentre a pochi passi da lei si consumava un banchetto infernale.

Era avvolta in un peplo ceruleo, i suoi capelli erano ricci e neri, raccolti sopra il capo. Solo qualche ciuffo rompeva la composizione architettonica che ricordava le basse colline pietrose dell'Attica, e tradiva il moto che doveva aver fatto per arrivare fin qui. Man mano che mi avvicinavo sentivo il profumo piccante della sua pelle giovane e pallida, e quando le fui accanto mi inebriai del dolce suo respiro prima di rimanere impietrito dal suo sguardo. Due smeraldi giganteschi sfavillavano cupi, e le palpebre sfuggenti all'insù erano pitturate di un rosa perlaceo, come le labbra tumide e piccole. Pareva annoiata, e purtuttavia conscia di quel che accadeva quella notte. La desiderai, e capii Cristo. E rividi il suo volto nel giardino dei Getsemani, mentre mi chinavo sul collo di Niche a dare un secondo bacio di Morte.

1.11.07

Atene - Notte di Natale 1064 Parte II

Ero ospite presso il Principe di Atene da poche notti, e non volevo comportarmi in maniera affrettata. Quella gente mi ha sempre messo una certa paura, quindi ero deciso ad osservare bene il comportamento altrui per decidere in base a quello entro quali limiti avrei potuto muovermi. Ero stanco di dare di matto e di non ragionare, un freno avrebbe senza dubbio aumentato le mie probabilità di sopravvivenza. Ed anche quelle di divertimento, stavo scoprendo in quel preciso istante, mentre le orbite dei miei occhi si aggrinzavano nella trasfigurazione del demone che ero, mentre i pugnali dissacranti che avevo fra i denti fremevano per la stessa ragione, mentre le dita delle mie mani si allungavano e si affilavano in artigli e mentre, infine, l'odore del sangue e del banchetto mi empiva le narici inebriandomi il pensiero.

Presi a muovermi più in fretta ma, non desiderando cedere completamente al delirium amaranthum, cercai di percepire con maggiore chiarezza i contorni delle prede, e le loro anime. Presi ad un tratto a correre facendo la spola fra un gruppo di ragazzi che si difendevano, illusi che non fosse anche quello un gioco senza speranza, ed un trittico di vampiri che sembravano glorificare una donna particolarmente avvenente, bevendola come si farebbe con un bicchiere di liquore da meditazione, ampi nei loro gesti, quasi mistici nel nutrimento notturno. A loro modo artistici. Ebbi ad un tratto l'impressione che qualcun altro avesse ideato il mio stesso percorso, perchè avevo percepito un paio di sibili che mi seguivano, oppure odori che mi precedevano. Qualcosa non mi era chiaro.

Accelerai il passo correndo sul colle come un giovane daino, senza meta, e di proposito puntando diritto verso il vuoto, per cercare conferma alle mie paranoie e, senza accorgermene fui proiettato in aria ed afferrato da un'ombra nerastra e vecchia come la Morte stessa. Sentii il gelo sulle mie braccia fredde, e scagliai un colpo dove credevo dovesse esserci una gola. Il mio colpo affondò nella nebbia che mi aveva in quel momento avvolto, e mi accorsi che minuscole goccioline di sangue lasciavano il mio corpo, da predatore mi ero tramutato in preda. Colto da rabbia per il pasto interrotto e terrore per la mia stessa non-vita al contempo scappai imprecando, mutandomi in un pipistrello grosso quanto la testa di una capra.

Librandomi in volo qualche metro più in alto da chi mi aveva assalito, commettendo il peggiore dei peccati che quelli come noi possono immaginare, mi accorsi anche che il colle era ormai un mattatoio umano sotto una luna che pareva prendere il colore empio del sangue. La nebbia divenne un grosso lupo scuro con occhi di brace ardenti, che ringhiava alla mia volta. Fu circondato dal fluido purpureo che il principe prima aveva mandato a sigillo del suo banchetto. Guaì, tentò di sprofondare nel terreno, poi divenne nebbia, infine pipistrello e fuggì, verso la luna, ad un tratto scomparendo perfino alla mia percezione. Devo far presto, mi dissi, se intendo tributare il giusto onore a questa luna.

30.10.07

Atene - notte di Natale 1064 Parte I

Avevo la barba lunga ed incolta, ed il mio vestito era tutto qui: un gonnellino di pelle ed una bretella, sulla spalla sinistra. Non avevo scarpe ai piedi, ma passeggiavo sotto una luna ancora grande e vicina a noi, nel preambolo di una notte fresca e quieta. La presenza di quella palla di luce gialla e verde macchiata mi faceva fremere il sangue, mentre giocavo ad estrarre e ritrarre le zanne, in compagnia di un fratello molto anziano. La sua elegante snellezza faceva da contaltare al mio fisico robusto, sebbene fosse solo poco più alto di me. Ma mentre io conservavo i colori di un essere umano lui aveva una pelle bianca e lucida come perla e sembrava che i raggi della luna a noi tanto cara vi si riflettessero. I suoi occhi erano racchiusi in orbite profonde e buie, ed erano iniettati di sangue scuro, lo stesso color porpora della tunica che indossava e che cadeva a pochi centimetri dai calzari di cuoio.

Diversi sentieri si incrociavano su quel colle ai margini di Atene, alcuni corti e poco battuti altri quasi delle strade. Su ognuno di essi almeno una coppia di figure, maschili o femminili non saprei ricordare in quali proporzioni, ma per noi è indifferente. Feci invece caso al fatto che ero l'unico a non indossare abiti di stoffa, anche se la cosa rivestì per me un'importanza davvero esigua. Mi piaceva guardare l'acropoli in lontananza, segno di una civiltà antica quasi quanto il mio compagno ne era guida, marmorea ed artistica come lui, compìti ambedue, ed entrambi ammirevoli. Man mano che la luna si allontanava liberandomi da un senso di ottundimento che era simile ad un'ossessiva necessità di stupire i miei sensi si riappropriarono della mia attenzione.

Così percepii brani di conversazioni di tutti quei personaggi che avevano popolato il colle, ed attraverso i toni delle loro voci, e i timbri di quelle e le parole ricorrenti, riuscii ad intuire una sorta di massiva euforia che si frena. Contai più di venticinque vampiri lassù, fra quelli visibili e quelli a me percepibili. Non dubito che ce ne fossero degli altri che riuscivano a celarsi alla mia attenzione. L'odore della terra innaffiata e smossa salì alle mie narici portando l'effluvio di ulivi e di mare. La brezza accarezzava la mia pelle deceduta 1031 anni prima e con essa arrivò anche l'odore di sangue caldo, ancora vivo e pulsato da cuori umani. Venivano verso di noi, e così mi sforzai per cercare di carpire le loro intenzioni, ma non sembravano avere una volontà comune.

Ad un tratto il mio ospite si alzò di qualche decina di centimetri da terra, e sillabando parole silenti vidi che un fluido sanguineo partì da lui disperdendosene come onde in uno specchio d'acqua che fossero state generate da un sasso. La tensione degli altri salì alle stelle e oltre un centinaio di umani comparvero confusi e madidi nel giardino del chiaro di luna. Ci fu immantinente un attacco deciso, ed in meno di quindici secondi un terzo degli umani era morto, chi dissanguato come giusto nutrimento, chi esploso in uo sbuffo di sangue e frammenti di osso come uno di quei fuochi dei persiani. Ebbe così inizio un delizioso panico comune, i vampiri erano presi dall'estasi del sangue cui ancora io resistevo, e gli umani scappavano terrorizzati, ma ancora non pienamente consci di cosa stesse loro accadendo. Poveracci, pensai, il buio non li aiuta di certo.

22.10.07

Bloody Monday

La pelle al termine del muscolo dell'avambraccio è più soffice e profuma spesso. Ha l'aroma dell'azione e degli abbracci, e nei soggetti allenati è più tesa e per questo più facile da spaccare coi canini. L'estasi del bacio continua perchè il sangue lì è frizzante e reca pensieri d'amore nel braccio sinistro vicino al cuore, e ricordi di cose vissute nel braccio destro. Lo senti con il naso prima ancora che con la lingua, lo avverti che nutre la tua anima sudicia di reietto parassita notturno prima che le immagini di una vita che più non avrai si riverseranno calde nel tuo cuore ormai secco e gelido, dandoti per qualche minuto la sensazione che tu chiami di onnipotenza ma che a ben vedere non è altro se non vita. Oh, ma l'impossibilità di resistere al fascino dell'innocenza è la dannazione di molti di noi nel mondo della notte, e quando l'umanità abbandona i nostri cuori la nostra malizia riprende il possesso del nostro corpo, invidiabile agli occhi degli ignari. Così puoi di nuovo avvicinarli, tu pallida luna del loro essere Sole, nel freddo senza suoni brilli agli occhi di un romantico, e lo attrai come una marea di sangue alla tua bocca, per godere tu più di lui dell'orgasmo dei dannati. E non senti più se il sangue ha quel gusto frizzantino dell'adolescente insicura o il robusto corpo di un atleta su di giri. Non ti importa se l'hai avvicinato con le sembianze di un angelo dopo la messa della sera, promessa di redenzione o se gli hai promesso invece uno sballo intenso e supremo, perchè loro avranno quel che vogliono, l'una la redenzione, l'altro lo sballo. E tu il tuo plasma caldo che ti riscalda il petto, che ti permette di sentire di nuovo che la pelle è baciata dal vento, che ti toglie per dei minuti il sapore di cenere e di morte dalla bocca.



Basta parlare, il sole è tramontato, è tempo di caccia.





18.10.07

Lebbra

All’incirca nel tempo n cui visse Gesù Cristo la lebbra era piuttosto diffusa. Almeno una corrente del credo popolare, se non l’intera popolazione, aveva la convinzione che essa colpisse i peccatori, coloro che commettevano inadempienze all’etica comune, rozzamente codificata dall’uomo del tempo, o addirittura di tempi addietro, e barbaramente imposta come legge divina. Tralasciando la codardia di chi scarica sul “divino” la responsabilità della propria crudeltà (ed in generale della propria nequizia) commettendo blasfemia, volgiamo l’attenzione alla vita dei lebbrosi. Fino ad un momento qualunque persone come ciascun’altra, alti, bassi, magri, grossi. Biondi e bruni, donne e uomini. Nessuna ragione apparentemente chiara per giustificare una malattia che ti macera le carni, che ti fa cadere le dita e la faccia, che ti manda in putrefazione il tuo corpo vivo mentre esso stesso è irrorato dalla stessa linfa che ad altri basta. Una differente reazione delle difese immunitarie, credo, da profano. O un batterio od un virus. Insomma, non di certo l’errore.
Oggi nelle nostre città è di certo raro, se non impossibile, incontrare qualcuno il cui corpo cada a pezzi.
Ma vogliamo parlare dell’anima?
Sia che ci sia un motivo che possa giustificare il disagio temporaneo accade spesso che le ferite al cuore, o alla fiducia, ed in generale ai sentimenti possano diventare sozze e avvelenate, perché non adeguatamente sciacquate, perché le convalescenze sono sottostimate, perché le ricadute sui tessuti fragili sono in agguato. E così ci ritroviamo lebbrosi nell’anima senza neppure sapere più perché ci fa male. E perdiamo pezzi di cuore per infezioni che non sono state capite, non sono state curate, non sono state diagnosticate. Ognuno di noi ha l’imperativo morale categorico di perseguire l’assenza di disagio, per sé stesso e per gli altri, per la porzione di responsabilità sociale che ereditiamo da questo mondo che, vuoi o non vuoi, è reale. Per paura o per vergogna ci chiudiamo nei nuovi ghetti e nei nuovi lebbrosari, cerchiamo solo la compagnia di chi “ci capisce” di chi “è come noi”. Mi pare un pulsione comprensibile, a patto di non indulgere troppo nella mollezza di spirito, perché un arto ferito dopo la convalescenza deve recuperare forza, va allenato, va tenuto sotto controllo. E come potrebbe essere diversamente per un tessuto così impalpabile come l’anima? Per uno scheletro così fragile come lo spirito? Sarà fragile il tuo, di spirito, mi rimprovereranno i cinici o gli infastiditi. Forse. Ma lascia che ti dica un’altra cosa, cinico, infastidito. Lascia che ti dica che se ti procurerai una piaga alla gamba essa verrà sciacquata, disinfettata, trattata, la sua infezione combattuta con i mezzi frutto di ricerche ormai secolari. Ma cosa farai quando ti cadrà un pezzo di cuore? Abbaierai contro l’ignoranza? Imprecherai contro chi ti vuol male? L’arresto di un accoltellatore non guarisce le ferite che il suo coltello ha causato. Ed in mancanza della possibilità di incontrare oggi Gesù o un altro guaritore miracoloso noi abbiamo il preciso compito di non espandere l’epidemia. Di accettare che l’espansione della lebbra dell’anima è in crescita. Di curare le ferite nostre e di lenire le sofferenze altrui. Di trovare se non rimedio almeno un argine.

11.10.07

Fuoco su Babilonia!

Ancora una volta una canzone mi stimola riflessioni, e la canzone in questione è Fire on Babylon di Sinead O'Connor. A dir la verità più che la canzone stessa è stato il titolo ad avermi innescato il brain process, sapientemente coadiuvata dagli strilli inumani di Sinead, a giustificare le immagini apocalittiche che si formavano nella mia mente mentre passeggiavo proprio in Duomo, di meteore e fiamme che scendano giù dal cielo (figurativo). E mi è venuto in mente la frase di Nietszche "la virtù si sente meglio dopo che si è presa una vacanza". Per esempio ci sono momenti in cui esercitiamo inadempienza ai nostri doveri oppure lasciamo che qualcuno manipoli il nostro sentire per tema di ferire o colpire, quando magari dall'altra parte c'è solo cieca arroganza o peggio, malafede. E così le nequizie altrui iniziano ad avvelenare anche chi di nequizia non ne recherebbe il fuoco, se fosse per sè, proprio perchè subdoli e notturni sono gli stratagemmi che attaccano un'anima in buona fede. E man mano questa arroganza, se trova il terreno fertile della non combattività, genera paludi di malsano malessere in cui anche il più cauto dei passeggianti può lordare il suo abito, sia esso bianco e limpido, sia esso un po' meno chiaro. Estendendo l'analogia ci si ritrova senza sapere perchè in una Babilonia dalle grandi potenzialità pervertite, con le colpe che hanno perso memoria dei loro stessi padri, ma che camminano a testa alta, con gli errori che insozzano il pensiero, con i rancori che avvelenano i sentimenti. Ed allora Fuoco sia, su Babilonia. Metaforica fiamma sacra, sacrosanta. Sospiro. E così sia.

Mi riaffiora questa poesia.

Sirena
Datteri rossi dalle tue labbra esiliati
Colti da imbarazzo come da baci rubati;
Il tuo dire è parola in questa maniera;
Di confini ed assedi non ha tempo e dispera
Ora al tuo cospetto, sconfitto senza pugna
Quel cuore cui tutela gentile non gli giugna.
Hai tu voce più dolce dei frutti, Sirena
D’incanti e d’aurora ammantata
Come di spuma dal sole dorata.
Uno schiaffo dall’onde, un memento
Per un momento son memore e in me.
Ed i miei compagni sordi di cera
A quella tua armonia, a questa mia smanìa
Incatenata di conoscenza ad un albero,
Ristanno. Più non ti sentiranno.
La vela spiegata si gonfia di tiuche
Sospinge con me il mio legno lontano
Da te, Sirena; dal ricordo che invano
Quel canto usò violenza alla volta mia.
Gorgheggi senza uso, il tuo canto è una bugia.